Domanda: La gestione forestale è gravemente influenzata dal cambiamento climatico. Guardando indietro fin dall’inizio della Sua attività forestale/selvicolturale, quali cambiamenti climatici ha osservato nell’area della Foresta Modello Montagne Fiorentine?
Da osservatore naturalista salta agli occhi una fase di sofferenza di alcune specie tipiche delle nostre foreste (sofferenza non indotta solo e unicamente da parassiti come il bostrico, responsabile della decimazione di numerose conifere sul territorio nazionale) ma causata chiaramente dalle mutate condizioni climatiche. Per esempio, la roverella – specie tipica dei boschi collinari dell’Emilia-Romagna – sta andando in grande sofferenza in quanto, evidentemente, non vi sono più le condizioni ambientali ideali per questa specie botanica; la quale, anche in caso di messa a dimora, fatica ad attecchire.
Abbiamo assistito negli ultimi anni alla morte, non soltanto di esemplariin bosco, ma anche di piante isolate plurisecolari che, evidentemente, non hanno più avuto le energie necessarie per sopravvivere a un contesto ambientale che si è modificato. Parimenti, si assiste ad un innalzamento delle quote caratteristiche delle singole specie botaniche, con specie che faticano a colonizzare zone più elevate, oggi caratterizzate da un clima più temperato e, quindi, finiscono per soccombere. Questo ci deve far riflettere sia in termini di gestione forestale sia nell’ambito di un cambiamento del clima che ha indubbie ripercussioni non solo sulla composizione floristica delle foreste, ma anche sul verde urbano. Una volta, quando si mettevano a dimora gli alberi in città i cicli di irrigazione erano programmati per 3 anni, passati i quali l’esemplare era affrancato e non aveva più bisogno di ulteriori cure colturali.
L’art. 4 del Decreto Clima del 2020 prevedeva cicli irrigui di 7 anni, con una grande lungimiranza. Ed è quello che succede nella gestione normale del nostro verde urbano, anche negli interventi di forestazione pedecollinari e di pianura. La percezione dei mutamenti climatici è indubbia: basti pensare che si è passati dalla definizione di eventi meteorologici estremi, a eventi non convenzionali, per poi finire oggi a parlare di eventi meteorologici quasi ordinari. Anche le compagnie assicurative hanno compreso tale trasformazione e hanno risposto in tal senso. Fino a qualche anno fa se un produttore si assicurava dal rischio grandine, questo veniva visto come fuori-contesto; oggi le compagnie stentano a dare la copertura per tale fenomeno. Pur senza avvalersi di dati scientifici, che pur esistono, si ha la percezione dei cambiamenti climatici semplicemente passeggiando per boschi.
Domanda: La nostra Regione ha la fortuna di poter contare su una banca dati ben fornita. Tu che hai una visione nazionale, puoi dire altrettanto per le altre regioni?
Se avessimo bisogno, in Emilia-Romagna, di supportare quanto detto con dati scientifici, saprei benissimo come reperirli, gli esperti a cui rivolgermi e non avrei dubbi sulla capacità di analisi garantita da tali esperti. Non è così dappertutto. Ci sono regioni parimenti virtuose, ma a livello nazionale non ci sono approfondimenti in termini climatici come in Emilia-Romagna; quindi, si rimane solo alla fase di osservazione del naturalista che va in giro per boschi e non sente più, quando muove lo strato di foglie cadute sul terreno, tanto per fare un esempio, l’odore di funghi, perché magari non c’è umidità; oppure che vede alcune piante, anche erbacce, che crescono stentatamente. É un cambiamento progressivo che è avvenuto, in montagna come in pianura e sulla costa, negli ultimi 10-15 anni, che può essere rilevato anche da occhi “meno esperti“. Da qui l’esigenza di introdurre specie più tipicamente mediterranee, come soluzione pressoché inevitabile.
Domanda: Visto che la foresta ha una dimensione di reddito, oltre all’impatto sull’ecosistema e sul paesaggio, c’è un impatto in termini di reddito, o lo ritieni più complesso?
Lo si potrebbe rilevare se il sistema selvicolturale (in termini di filiera che produce legname) per vari usi, fosse perfettamente strutturato in Italia. E in Emilia-Romagna, non è così: è una delle questioni su cui tutti i gestori di foreste si stanno concentrando, ovvero il potenziamento della filiera foresta/legno, per fare in modo che i nostri boschi possano addivenire ad una produzione di legno che consenta di ridurre, anche se marginalmente, le importazioni applicando quella Gestione Forestale Attiva, mirata all’incremento della biodiversità, della produttività e della resilienza dei boschi (tutti principi contenuti del Testo Unico forestale vigente e nella Strategia Forestale Nazionale recentemente approvata) e con un’ottica ecosistemica. Oggi le importazioni di legno verso il nostro paese sono prevalenti (oltre l’80% del consumo), e acquistiamo legno, con una qualità molto simile a quella che potremmo ottenere noi dai nostri boschi, da paesi come la Slovenia, la Romania, e altri stati dell’Europa centrale o orientale oltre che da atri svariati paesi spesso del mondo spesso derubandoli di una delle poche risorse che hanno arrecando anche danni irreversibili ai loro ecosistemi. Dovremmo invece provare, attraverso una serie di meccanismi incentivanti (fra i quali anche il riconoscimento dei servizi ecosistemici forestali) a potenziare il nostro sistema foresta/legno.
Oggi abbiamo situazioni diverse, spesso critiche, da conoscere e da indirizzare verso quella gestione forestale attiva capace di massimizzare il valore complessivo del Capitale Naturale, fortemente influenzato dai cambiamenti climatici, ma anche dall’assenza di percorsi di analisi in grado definire le prospettive di ogni singolo bosco (protettivo, produttivo, ricreativo, riserva) senza dimenticarsi che spesso queste tipologie di bosco non si autoescludono, ma possono anche convivere. Un bosco va gestito altrimenti le singole situazioni critiche possono ampliarsi se non si interviene attivamente in modo da impedire la riduzione del valore del capitale naturale, contrastando, in tal modo, anche lo spopolamento dei territori in cui le foreste sono, altra condizione che è necessario avere ben presente. La percentuale di boschi silenti (ovvero non governati, o perché non c’è interesse economico oppure perché non si sa di chi siano, e che quindi potrebbero trasformarsi in boschi vetusti) sta crescendo, perché la popolazione tende ad abbandonare i territori montani. A livello regionale le politiche per questi territori mirano ad incentivare la presenza delle genti in montagna, dando loro modo di sfruttare il più possibile la redditività di boschi che vengono governati da migliaia di anni (nell’Appennino Romagnolo, dai tempi dei frati Camaldolesi, tanto per fare un esempio).
Domanda Se quindi non si incentiva questo meccanismo di tutela si rischia di perdere anche la parte di sostentamento, con il conseguente abbandono dei territori?
Ecco, un esempio abbastanza calzante rispetto a quanto detto è quello del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano (PNATE) che analogamente all’altro parco nazionale regionale, quelle delle Foresti Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, si prolunga anche sui versanti toscani. Nel 2023 il parco ha adottato un prototipo di progetto legato ai crediti generati dai servizi ecosistemici prodotti dal bosco. Bisogna tener presente che una foresta svolge un servizio ecosistemico sia per quanto riguarda l’assorbimento di CO2 da parte degli alberi, ma anche per una serie di altri fattori come, per esempio, lo stoccaggio dell’acqua e la sua captazione durante fenomeni meteorologici estremi. Va detto che la maggior parte dei servizi ecosistemici viene sfruttata da coloro che vivono a valle della foresta. Nel parco suddetto, il progetto ha quantificato questi servizi ecosistemici e il primo anno sono stati venduti crediti per 200.000 euro, sia pubblici sia privati. Sembra una cifra irrisoria, tuttavia bisogna pensare che per una persona che vive in territorio montano ed è proprietario di un bosco, avere un incentivo anche di soli 5.000 euro all’anno senza fare nessun tipo di attività aggiuntiva rispetto al solito, può fare la differenza.
Domanda: Questo è un valore diretto all’esistenza della foresta, e anche un modello ripetibile.
Il prospetto che ha adottato il PNATE per il 2024 è di incrementare i crediti venduti fino a una cifra pari a 300.000 euro. Non sono importi banali. Su questo filone, come Regione Emilia-Romagna, tramite il progetto EU Life CO2PES&PEF (https://lifeco2pefandpes.eu/), che vede il suo proseguimento in un H2020 che è partito 4 mesi fa (ARCADIA), sta cercando di promuovere il cosiddetto “Accordo di foresta”, che è un modo di governare le foreste demaniali comprese in regione, traendone reddito, tenendo come riferimento i principi già nominati (sostenibilità ambientale, fornitura di servizi ecosistemici, incremento della biodiversità e redditività) coinvolgendo altri soggetti. Per esempio, nell’Appennino forlivese il partner prevalente è Romagna Acque – Società delle Fonti SPA, gestore della diga di Ridracoli, che ha anche una capacità operativa importante sulle foreste demaniali che si sviluppano intorno alla diga. Entrambi i parchi nazionali sono stati pertanto coinvolti nel progetto Arcadia. L’idea è quella di riuscire a mettere a punto un modello di gestione della foresta che sia replicabile a tutte le scale di proprietà (dai proprietari di 10 ettari tanto quanto da chi ne possiede 1.000 di ettari), in funzione degli obiettivi di evitare lo spopolamento, aumentare la redditività, di fornire materiale di qualità alla filiera italiana.
Domanda: Dare redditività è uno di quei meccanismi incentivanti che potrebbe entrare anche in OptForEU, dato che il suo obiettivo è di mettere a punto un sistema di supporto alle decisioni. Oltre al management diretto della foresta c’è tutta la questione economica a monte, e di riflesso a valle. Un DSS che possa fornire indicazioni anche su dei meccanismi incentivanti potrebbe essere un SISTER Project che si accompagna?
Assolutamente sì, perché è un percorso virtuoso che vuole coltivare le foreste con dei piani colturali che abbiano determinati presupposti e che garantiscano una redditività che esula dalla mera vendita del legno, che non porta a guadagni enormi. Infatti, sappiamo bene che la ciclicità delle piante in bosco è di 20-30 anni come minimo, quindi prima di riuscire ad avere un profitto con la vendita di legna di un bosco di proprietà bisogna avere tanta pazienza e, nell’attesa, garantirsi sostentamento.
Domanda: Le foreste forniscono diversi servizi, i cosiddetti servizi ecosistemici forestali, che possono servire, tra l’altro, alle persone per garantire il loro sostentamento. Quando pensi ai boschi demaniali, in che modo i cambiamenti climatici influenzano i servizi ecosistemici forestali?
Al momento non si stanno attuando delle vere e proprie misure di gestione su grande scala, ma si stanno pianificando interventi di livello territoriale nell’ambito della strategia post alluvionale. Gli eventi del maggio 2023, infatti, hanno colpito in maniera più o meno pesante dalla provincia di Reggio Emilia alla provincia di Forlì-Cesena con circa 81.000 nuove frane; in proposito si deve tenere presente che il territorio dell’Emilia-Romagna è fra i più sensibili e delicati sotto il profilo del dissesto idrogeologico, basti pensare, per esempio che nel Comune di Corniglio, in provincia di Parma, è localizzata la frana più grande d‘Europa. In questa fase emergenziale la Regione, nell’ambito della strategia condivisa con il Commissario alla ricostruzione (nominato dallo Stato post evento alluvionale) sta cercando di attuare quello che prevede il Testo Unico Filiera di Foresta (TUFF), cioè la redazione di Piani forestali di Indirizzo Territoriale (PFIT), in collaborazione con l‘Università di Bologna e l’Accademia Nazionale dell‘Agricoltura, che tengano conto delle caratteristiche dei singoli bacini idrografici.
Tali piani riportano per esempio le caratteristiche pedologiche, l’acclività più o meno accentuata dei versanti, le tipologie di bosco (maturo o giovane, di neo formazione a partire da coltivi abbandonati, etc..). In proposito, occorre tenere presente che in Emilia-Romagna la superficie forestale, che si estende per circa 610.000 ha, occupa il 25% del territorio regionale, si concentra prevalentemente in montagna e collina (in pianura si trova appena il 3% dei boschi) ed è raddoppiata dal dopoguerra a oggi perché i conduttori dei fondi agricoli che gestivano i territori collinari e montani li hanno abbandonati e la natura si è ripresa ciò che l’uomo le aveva sottratto. Questo incremento forestale è avvenuto un po’ ovunque sul territorio regionale, dove si trovano boschi centenari, boschi più giovani, boschi di 20 anni fa.
I primi due PFIT, che avranno anche carattere di ricerca, avranno la scala di area vasta (bacini idrografici) con l’obiettivo di individuare forme di gestione differenziate in funzione delle diverse caratteristiche territoriali: quindi è ipotizzabile prevedere conversioni all’alto fusto, ceduazioni o forme selvicolturali diverse in funzione delle varie situazioni. Il PFIT è per il territorio forestale alla stregua di un piano regolatore per il territorio urbanizzato comunale, a valle del quale esistono piccoli interventi attuativi o interventi di comparto. Non c’è quindi al momento una applicazione specifica di nuove metodologie di governo dei boschi, ma c’è l’ipotesi di pianificare, sfruttando anche le risorse economiche che il Commissario alla ricostruzione avrà a disposizione, la realizzazione di questi Piani, da cui dovranno discendere le pianificazioni più puntuali. In Piemonte stanno già sperimentando dei PFIT sui loro territori e hanno previsto la costituzione di uffici di piano dedicati, esattamente come accade per la redazione degli strumenti urbanistici attuativi (es. PUG).
Domanda: Quindi in un DSS come quello previsto da OptForEU in realtà servirebbe qualcosa che fosse molto plastico, perché deve potersi adattare alle realtà locali che tu ci stai descrivendo, che possono cambiare notevolmente da area vasta ad area vasta.
Esatto. Il fatto di individuare come area vasta un territorio che equivale indicativamente ad un bacino idrografico consente di affrontare la pianificazione sotto vari aspetti. Il bacino idrografico del Fiume Reno, per esempio, non è tutto uniforme; nella zona calanchiva dove maggiore è il dissesto si potranno proporre soluzioni selvicolturali diverse da un’area più a valle, magari meno soggetta al dissesto. Inoltre, la Regione sta procedendo all’aggiornamento della carta forestale regionale (che si attende entro la fine del 2024), che diventerà uno strumento importante, perché oltre a individuare la localizzazione dei boschi sul territorio, ne evidenzia la tipologia, quali sono le specie prevalenti e, probabilmente, da quella carta si avrà un dettaglio sulla composizione floristica delle singole formazioni anche in ottica dei cambiamenti climatici. Sarà per esempio possibile verificare che quello che prima era un querceto oggi potrebbe avere una nuova connotazione in base alla specie botanica prevalente.
Domanda: I PFIT oltre a caratterizzare il territorio, diventano anche strategici in termini di indicazioni circa le vocazioni che ogni parte forestale presente può avere per il proprio territorio?
Assolutamente sì. L’aggettivazione “strategico”, nella normativa forestale, non c’è. Però i PFIT tengono in considerazione le vocazioni di ciascun territorio, nascono come piani forestali ma si propongono di analizzare l’intero contesto, divenendo a tutti gli effetti piani di settore “strategici”. Così, del resto, come la carta forestale che è una cartografia settoriale che però ha valenze sugli altri strumenti, perché per esempio su molti boschi insistono vincoli paesaggistici.
Domanda: Questa intervista sta diventando un deliverable che evidenzia come in una zona di area vasta sia presente una percentuale di foreste considerevole e che esiste un meccanismo di gestione che mira alla redditività, oltre che alla sostenibilità ambientale e alla resilienza ai cambiamenti climatici.
Volutamente la Regione ha definito di applicare il primo PFIT sulle valli del Bidente e del Lamone. Primo perché lì sono localizzate le foreste demaniali più estese, secondo perché si è al confine con la Toscana in un territorio dove non c’è soluzione di continuità (la tipologia di bosco è sostanzialmente la medesima). Ragionare su questi due bacini idrografici dimostrerebbe subito le potenzialità del PFIT, sulla base di caratteristiche territoriali differenti.
Domanda: Quindi ogni foresta ha la sua anima e si ha bisogno di strumenti flessibili per coglierla appieno?
Non solo ogni foresta ha la sua “anima”, ma ogni piccola parte di foresta ha le sue caratteristiche. La foresta localizzata nel punto A, che apparentemente ha le stesse caratteristiche di quella che si trova in un punto B, se la prima è su un versante più dolce, e la seconda su uno più acclive, queste due parti di foreste probabilmente dovranno avere metodi di gestione e governo differenti. Il modello a cui ci si deve ispirare è quello che imita maggiormente la capacità delle piante a reagire ai diversi stimoli dell’ambiente in cui vivono. Gestione significa capire il contesto nel quale si opera e allo stesso adattarsi per raggiungere, nel migliore dei modi, gli obiettivi che ci si pone.
Per esempio, nella Riserva integrale di Sasso Fratino, sopra alla diga di Ridracoli, si pratica una gestione conservativa che non prevede alcun intervento da parte dell’uomo. Purtroppo, anche in un contesto di così alta naturalità si è rilevata una carenza importante di rinnovazione dovuta ad una pressione eccessiva di Ungulati che causa la sistemica eliminazione della rinnovazione e quindi, nel tempo, rischia di compromettere il perpetuarsi di una delle più belle e integre foreste d’Italia. Quale sia la soluzione per fare fronte a questo problema è da individuare con il supporto della scienza. Di certo il modello attuale ha dei problemi e la soluzione è studiare insieme come risolverli. Questa è già gestione. Gli attuali attacchi di bostrico, parassita che sta distruggendo interi boschi di conifere, ci hanno dato dimostrazione di quanto è necessaria una gestione del bosco: intervenire rapidamente su questi boschi eliminando le piante appena colpite avrebbe sicuramente ridotto la diffusione del parassita.
Domanda: A tuo avviso il bostrico può avere una relazione con il cambiamento climatico?
Non ci sono certezze, perché forse sarebbe arrivato comunque. Ma, probabilmente, con inverni un poco più rigidi rispetto a quelli degli ultimi anni e primavere meno umide avremmo avuto un maggiore contenimento dell’infestazione. Sicuramente la diffusione di patogeni e parassiti è più facile su piante già sofferenti per condizioni climatiche non più conformi alla specie.
Domanda: Come ti aspetti che i futuri impatti del cambiamento climatico influenzeranno i servizi ecosistemici della foresta che gestisce?
Sarebbe bello che la modellistica dicesse in modo chiaro che si andrà incontro ad estati sempre più torride; e questo lo sottolineo perché si potrebbero fare, fin da subito, determinate scelte di carattere gestionale (genetico, selvicolturale, ecc.). Per esempio, tornando sul fronte urbano, pensare alle città e a tutti gli esemplari di nuovo impianto che si stanno mettendo a dimora o che sono programmati per i prossimi anni. In termini di scelte di piante urbane, per formazione professionale io ero il primo a sostenere che fosse importante piantare solo piante autoctone (in Emilia-Romagna, tanto per fare qualche esempio acero, olmo, gelso, quercia, frassino). Ma ho dovuto rivedere questa posizione per due ragioni: la prima è che le piante autoctone stanno palesemente soffrendo; inoltre, alcune piante sono più efficaci in termini di assorbimento, e fra queste ci sono alcune specie esotiche. Oggi in ambito urbano non mi scandalizzo più se vedo sostituire un filare di ippocastani (non autoctono ma tipico delle nostre zone) con un filare di zelkove.
Domanda: Se il clima diventa alloctono le piante autoctone vanno in sofferenza e vanno sostituite…
Esattamente. Quindi se avessimo la possibilità di dire che stiamo andando sempre di più verso il baratro della desertificazione, allora darei indicazione di mettere a dimora, per esempio, le palme. Se avessimo la certezza che i modelli non sbagliano, fra 20 anni potremmo avere lo stesso tipo di clima che oggi c’è a Palermo; di conseguenza, si potrebbe ipotizzare di mettere a dimora piante come le jacarande (specie tipica dei viali sicilianie di altre zone del sud Italia). Feci personalmente un esperimento, 10 anni fa, in un giardino di Bologna: si doveva sostituire una pianta abbattuta in quanto non più vegeta e chiesi di mettere a dimora una jacaranda, per verificarne l’attecchimento. L’esemplare non superò l’inverno. Probabilmente, era presto per fare quell’esperimento. Se avessimo delle certezze proporrei in prima persona di mettere a dimora piante adatte a climi caldi e aridi. Questo va detto anche in funzione degli annunci che in generale si stanno facendo a livello nazionale circa il mettere a dimora milioni (o addirittura miliardi) di alberi: quelle piante oggi non ci sono nei vivai italiani! Pochi anni orsono, come Associazione Pubblici Giardini, organizzammo un congresso a Pistoia (che sappiamo essere uno dei principali poli vivaistici d’Italia).
Ecco, lì un milione di piante ci sono, però in termini di filiera i vivaisti pistoiesi da una quarantina d’anni vendono sui mercati esteri (francesi, tedeschi, inglesi, del centro Europa), dove esportano almeno l‘85% di quello che producono. Per quale motivo dovrebbero conservare un milione di alberi per il mercato nazionale, interrompendo i rapporti commerciali consolidati, per seguire un movimento che probabilmente avrà un carattere temporaneo? Capite bene che non è conveniente. Come Associazione Pubblici Giardini (https://www.pubblicigiardini.it/ ) abbiamo sempre perorato i cosiddetti “contratti di coltivazione”, ma non siamo ancora riusciti a renderli attuativi. Se andassimo in questa direzione noi potremmo dire ai vivai nazionali, per esempio, di mettere in coltivazione 1.000 Chamaerops, avendo evidenza del fatto che un modello climatico previsionale restituisce che fra 10 anni nelle nostre zone le palme qui vivranno meglio della Roverella.
Domanda: Eravamo a Roma insieme nel 2013 quando dicemmo che se si fossero guardate le tendenze si sarebbe potuto dire ai vivaisti di prepararsi perché a breve ci sarebbe stato bisogno di una conversione delle specie da mettere a dimora.
Me lo ricordo molto bene. E ricordo che io formulai ai vivaisti una domanda precisa: “Se facessimo tutto quello che stiamo dicendo e scrivendo, le piante le avreste?”. Perché in quel congresso non si parlava solo di forestazione ma anche di rinnovo delle alberate urbane. E loro risposero che di piante ce ne erano, eccome. Ricordo che due anni dopo, a Solarolo Rainerio, ad un altro convegno, io rifeci ai vivaisti presenti la stessa domanda; nel frattempo la corsa agli alberi era partita. Quando chiesi riscontro in merito alla disponibilità di piante mi sentii dire che di alberi non ce n’erano. E qualcuno, come se non ne avessi la consapevolezza in prima persona, mi apostrofò dicendo: “Produrre alberi non è mica come produrre viti e bulloni…”. Questo per dire che la programmazione nel breve e medio periodo diventa sostanziale se poi si vogliono fare interventi importanti.
Apro una piccola parentesi legata ad un aspetto della strategia forestale regionale: la vivaistica. La Regione Emilia-Romagna aveva una quindicina di vivai forestali che ha progressivamente dismesso. Lo scorso anno (2023) era ipotizzata la chiusura degli ultimi tre. In un momento in cui tutti sono alla ricerca di nuovi alberi, mi sembrava un controsenso. Oggi, pertanto, sono attivi tre vivai forestali. Uno, quello del Castellaro, è a Galeata, nell’appennino forlivese; ed è l’unico che è di proprietà della Regione, gestito direttamente da personale regionale. L’altro vivaio è quello di Zerina nel Comune di Imola, si sviluppa su terreni comunali, ed è gestito dall’Ente per i Parchi la Biodiversità Romagna con la Regione che fa da coordinamento. L’ultimo è a Ponte Scodogna, nella valle parmense del fiume Taro, vicino a Collecchio; è un vivaio di proprietà della Regione ma dato in gestione all’Ente per i parchi e la biodiversità Emilia Occidentale.
Ora stiamo tentando di riavviare alla produzione anche un vivaio a Castelluccio che era stato dismesso, fra Porretta Terme e Granaglione, attraverso una proficua collaborazione tra i Carabinieri Forestali e l’Associazione Nazionale Agricoltura, destinandolo prevalentemente alla produzione di castagno, ma non solo. Così i vivai produttivi saranno 4. Diciamo che, nella situazione odierna, siamo purtroppo ancora “adolescenti”; infatti, ahimè, gli unici alberi che riusciamo a distribuire sono per i “nuovi nati”. Non abbiamo piene capacità ma sono molto fiducioso che potremmo riuscire a recuperare quella che era una grande tradizione dell’Emilia-Romagna, ricominciando a fare produzione ma anche sperimentazione, tramite collaborazioni accademiche e con enti di ricerca. Ci tenevo a fare l’inciso perché è molto importante a mio avviso. Abbiamo regioni in cui l’attività vivaistica è sempre rimasta attiva quali Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, che sono particolarmente virtuose. Noi ci collochiamo in una via di mezzo fra le migliori e le peggiori. L’obiettivo, in ogni caso, è quello di rilanciare questo settore in Emilia-Romagna; e questo presuppone investimenti importanti, ma le risorse fortunatamente la strategia forestale le fornisce.
Domanda: Come ti poni nei confronti degli altri corpi intermedi? Quindi Associazioni di professionisti per esempio. Questo tipo di cultura di sviluppo vuole intercettare il sistema dei professionisti? É capace di farlo?
In questo momento siamo in grado di intercettarli attraverso momenti di confronto, oppure, se nell’ambito del settore, tramite l’affidamento di incarichi puntuali e specifici (come, per esempio, l’elaborazione di una carta forestale o di un PFIT). Per ora ci fermiamo a questo. Abbiamo una serie di collaborazioni in essere o in divenire con il mondo accademico, rispettivamente con l‘Università di Bologna con la cattedra di Selvicoltura nella figura del Prof. Magnani e con l‘Università di Firenze nella figura del Prof. Maltoni; quest’ultimo, più specializzato nelle produzioni vivaistiche; quindi, con lui in particolare, vorremmo arrivare alla definizione di un piano strategico e alla realizzazione di buone pratiche per la gestione dei vivai che stiamo riattivando. Con il professor Magnani stiamo collaborando riguardo alle strategie del Piano post alluvionale. Peraltro, proprio in questi giorni abbiamo istituito un tavolo tecnico dedicato alla filiera foresta legno al quale abbiamo chiamato a partecipare gli ordini professionali, le associazioni di categoria, le unioni dei comuni e tutti i soggetti in qualche misura coinvolti nella tematica. Mi risulta che siamo una della prime regioni ad istituire un tavolo di questo tempo, nel quale immaginiamo di poter affrontare e condividere varie tematiche legate alla gestione forestale.
Domanda: A questo punto la decisione diventa politica.
La creazione e il conseguente potenziamento di un’Area Foreste e Sviluppo Zone Montane è lungimirante e presuppone importanti sinergie. L’obiettivo legislativo di mettere a dimora 4,5 milioni di alberi (uno per ogni abitante dell’Emilia-Romagna) è sfidante e presuppone la creazione di 4.000 nuovi ettari di bosco, con tutti i vincoli che ne conseguono. Non è un passaggio banale. Nell’ultimo bando uscito per gli enti pubblici, la Regione riuscirà a finanziare al 100% gli interventi proposti dai beneficiari, utilizzando risorse derivanti dagli oneri di compensazione (ovvero i soldi che un privato dà alla Regione se elimina del bosco, e la Regione ha l’obbligo di utilizzare quei soldi per generare nuovi boschi a compensazione).
Domanda: I metri quadrati di bosco sottratti in un Comune, in termini compensativi sono cedibili a un altro Comune (meccanismo perequativo)?
Prioritariamente la norma dice che i metri quadrati di bosco devono essere compensati all’interno dello stesso comune ma, se non si ha la possibilità di procedere in tal senso, allora occorre farlo nell’ambito dei confini regionali. Fra i beneficiari dell’ultimo bando destinato a enti pubblici sono stati volutamente inseriti tutti i comuni che ricadono nelle zone di infrazione comunitaria in termini di qualità dell’aria, quindi dando priorità a quasi tutti i territori di pianura, oltre a tutti quelli che hanno un coefficiente di boscosità più basso del 25%. Quindi se nel territorio di un comune collinare i boschi sono limitati, perché magari per vocazione ha dato spazio all’agricoltura (per esempio nel reggiano per favorire la produzione del Parmigiano Reggiano o ai vigneti nelle zone più vocate della Regione) l’Amministrazione può beneficiare del questo contributo e realizzare nuovi boschi.
Domanda: Riguardo al PFIT, diventa un piano di settore che si dovrà interfacciare con tutti gli altri piani specifici. Per esempio, con il PAESC (Piano Ambientale per l’Energia Sostenibile e il Clima) per la parte di adattamento ai cambiamenti climatici.
Sì, c’è una grande sovrapposizione fra questi piani. Il PAESC di Bologna, per esempio, mette l’albero al centro di numerose azioni: per limitare fenomeni di dissesto, mitigare l’isola di calore, assorbire gli inquinanti. Ecco, tali azioni sono parzialmente le stesse anche per il PFIT. Se si ha modo di capire che alcune specie sono meno adatte di altre, allora conviene privilegiare quelle che restituiscono maggiori servizi ecosistemici rispetto ai cambiamenti che ci attendono.
Domanda: In ambito di area vasta, nella fase in cui il PAESC deve redigere il quadro conoscitivo territoriale di baseline, si vanno a selezionare una serie di indicatori con cui analizzare tale quadro conoscitivo per far emergere al meglio le vulnerabilità del territorio, compreso quello forestale. Se il PFIT avesse degli indicatori da suggerire al PAESC durante la redazione di tale quadro conoscitivo per la parte forestale, sarebbe utile per far emergere al meglio le vulnerabilità per tale settore.
A mio avviso i PFIT dovrebbero dialogare con il PAESC nella ricezione di azioni che possono venire dal PAESC. Senza pensare a degli stravolgimenti nei boschi, se in un’area abbiamo un querceto, rimarrà tale, se nonché gradualmente si opti per sostituirlo con altre formazioni. In riferimento agli incendi esiste già un piano antincendi che va rispettato, che è fuori dal PFIT. Il PFIT, per esempio, può dire dove si devono fare interventi di regimazione idraulica anche in bosco ed è anche la parte che il PAESC vuole prevedere nelle azioni che va a proporre. Questo significa, proseguendo l’esempio, ripristinare una raccolta d’acqua dove le briglie sono andate perdute. O realizzare una strada forestale affiancandola a un fosso. É facile, infatti, che un dissesto avvenga in un seminativo abbandonato dove non esiste più la rete scolante. Il PFIT dice come governare i boschi in funzione delle loro caratteristiche: vetustà, acclività, profondità del substrato – anche perché magari si ha a che fare con boschi che sono cresciuti su terreni dove il franco è di appena 100 cm su roccia. Ecco qui bisogna porre attenzione perché se gli alberi si sviluppano troppo in altezza è probabile che favoriscano nicchie di disgaggio, innescando fenomeni gravitativi. E questo lo si evince da tutta una serie di dati che servono nel quadro conoscitivo.
A livello di PAESC, il PFIT può intervenire in termini di regimazione delle acque, favorendo, per esempio, il più possibile la copertura verde per evitare che le acque arrivino al suolo; in altri questa necessità può non sussistere, probabilmente perché nel sottosuolo è presente un substrato che è più stabile e meno propenso all‘erosione. Una questione importante che bisognerà affrontare nel PFIT sono i due concetti che stanno prendendo piede anche nella gestione delle alberature urbane, ovvero, rischio e pericolo. Se un bosco incombe su un abitato, per esempio, si rientra nell’ambito del rischio, non di pericolo. Mentre se, per contro, il bosco è molto a monte rispetto all’abitato, e dissestando va a finire su un pianoro, e questo dimostra di essere stabile, si è in una situazione potenziale di pericolo nella quale si potrebbe persino decidere di non intervenire, anche perché le risorse devono essere indirizzate verso le priorità. Un altro aspetto importante è quello dei boschi silenti, che sono boschi di fatto a libera evoluzione dove diventa spesso difficile interfacciarsi con i proprietari, come accennato prima.
Domanda: Riguardo alla formazione dei nuovi strumenti che hai condiviso verso soggetti terzi, liberi professionisti ma anche tecnici comunali, come Regione come vi state muovendo?
Presso il centro di Capaccio, nell’alta valle del Bidente, spesso si fanno settimane di formazione rivolte a studenti e operatori. Non le fa direttamente la Regione ma, in questo specifico caso, Romagna Acque S.P.A. che le promuove con l’Università, o associazioni come AlberItalia. Una iniziativa importante, infine, è il festival Oltreterra, promossa a livello locale, che fa convergere su Santa Sofia persone da tutta Europa, e genera importanti momenti formativi.